LUNGO QUELLA STRADA

Bisognava vedere!
Ma con gli occhi suoi, quelli di un bambino di dodici anni che, a causa di un sogno mica tanto bello, s'era svegliato prima di tutti. Poiché nel sogno gli scappava la pipì e la mollava nel letto. Prima che il sogno diventasse realtà si alzò e si recò nel bagno. Stava sorgendo l'alba. Non aveva mai visto quell'ora, incerta tra il buio della notte e la luce del giorno.
Colori!
Colori come bambini appena nati!
Mentre finiva di fare pipì, comprese che non poteva perdere il momento.
Si vestì in fretta.
Stette in ascolto un attimo.
Suo padre russava, la mamma invece no.
La mamma non russava mai.
Aprì la porta di casa e, piano piano, uscì. La porta del garage era sempre aperta. Cigolava, cigolò. Il bambino attese un momento. Nessuno però in casa aveva sentito quel rumore. Due passi e fu dentro, davanti ai remi della barchetta, alle canne da pesca di suo padre, al vecchio cappello da…
lavoro del nonno.
Si avvicinò. Lo raccolse. Nel momento in cui lo stava sollevando notò che sotto c'era qualcosa. Cosa? No! Non voleva crederci. La colse, insieme al cappello e uscì di corsa. Appena aprì la porta del garage, fece un salto indietro.
"Nonno! Mi hai fatto spaventare!"
Il nonno viveva con loro da quando la nonna non c'era più. Era in gamba, ancora alto, nonostante gli anni, le spalle larghe, tutti i capelli in testa, anche se bianchi e due grossi baffi.
"Cosa ci fai già in piedi? Vieni con me?"
Non aspettò la risposta perché sapeva che il nipote stava diventando come lui.
Sapeva anche che aveva già preso quello che serviva. Così gli diede la mano e insieme si incamminarono.
Le nuvole basse, rade, facevano si che tutto, allo spuntar del sole, assumesse un colore che non era uno ma una varietà. La strada che usciva di casa non sembrava neanche lei. Camminarono per un'ora e per un'ora parlarono. Il nonno raccontò parecchie cose, ma soprattutto, gli spiegò il perché tutte le mattine andava a fare quella cosa. Si, il bambino quando aveva alzato il cappello aveva capito che il nonno non era ancora andato e che quel giorno, lo avrebbe accompagnato. Quando arrivarono il giovane non vide niente. Un bosco qualunque. Un po' più di piante di qua. Un po' più rado di là. Ma niente di quello che si aspettava. Il vecchio gli prese la mano.
"Guarda attentamente!
" Ad un certo punto la vide. Aveva lavorato tanto il nonno per costruirla. Era fatta talmente bene, che non l'aveva neanche vista. Una casetta, completamente mimetizzata con la natura. Si avvicinarono e il vecchio tese la mano. Il bambino mise la mano in tasca, cercò e la trovò. Diede la chiave al nonno che, sollevando le foglie, trovò la serratura. Aprì e fece segno al nipote di entrare. Incredibile! Ci aveva messo persino la vecchia poltrona. La mattina era ancora giovane. Il nonno fece accomodare il nipote su una sedia di fronte ad un'apertura.
"Ora bisogna solo aspettare, in silenzio!"
Dopo mezz'ora il bambino iniziò a perdere la pazienza ma non voleva deludere il nonno.
Nel tragitto per arrivare lì il nonno aveva descritto il duro lavoro per la costruzione della casetta ma non aveva voluto spiegare il perché lo aveva fatto. Disse al nipote che la pazienza viene sempre ripagata. Quindi stettero lì. In silenzio. Ogni tanto qualche sguardo.
Ad un certo punto, si sentì un rumore. Il bambino guardò fuori e si trovò davanti uno spettacolo fantastico. Una famiglia. Ma lui rimase colpito dal cervo. Quello più grande. Aveva due grosse corna ed era così maestoso. Pur non abitando in città non aveva mai visto questi animali. Incontaminati dall'uomo. Capì che il nonno aveva creato un posto per poterli osservare nella loro tranquillità, senza spaventarli. Passarono due ore senza che se ne accorgessero, ascoltando i rumori del bosco e osservando tutto questo mondo. Il bambino capì che col passare dei minuti coglieva cose che prima non riusciva né a vedere, né a sentire. Suoni. Rumori. Colori. Altri piccoli animali.
Quando rimasero apparentemente soli, uscirono, si guardarono per un attimo, sorrisero e si incamminarono verso casa.
Lungo la strada del ritorno iniziò a piovere. Il bambino si ricordò che aveva bisogno di un bagno. Guardò il nonno e rimase stupito
. "Perché mi guardi così?"
"Perché io sembro un pulcino bagnato e tu.. tu non hai neanche una goccia in testa!"
Il nonno gli sorrise, lo baciò sulla fronte e gli disse
"Ricordati tutto quello che hai imparato oggi e guardami! Vedi come sono felice?" Il ragazzo si alzò di corsa dal letto e andò in bagno. Guardò fuori dalla finestra e rivide gli stessi colori. Più belli però perché adesso erano i suoi occhi che vedevano. Le emozioni gli scoppiavano in petto. Si vestì in fretta. Stette in ascolto un attimo. Si, come nel sogno, tutto uguale. Aprì la porta e uscì. Entrò nel garage e vide i remi, le canne da pesca di suo padre. Il cappello?
"Dov'è il cappello?"
Tutto era nella stessa posizione, ma il cappello non c'era. Sapeva che non lo avrebbe trovato. Il nonno non c'era più da poco ma di suo non era rimasto più niente. Mentre fuori schiariva, si avvicinò ad una vecchia cassettiera. Aprì l'ultimo cassetto e dentro trovò delle fotografie. Niente di che. Compleanni, feste. L'ultima. L'ultima era il nonno, sulla strada di casa che camminava verso il cancello col cappello in testa. Dietro la foto c'era attaccato qualcosa. La girò e la vide. La chiave. Pensava fosse stata gettata via insieme al resto. Invece era lì. Il nonno aveva voluto lasciargliela. Nella fotografia il nonno era girato in qua, come se qualcuno lo avesse chiamato. Aveva lo stesso sguardo felice del sogno. Sembrava stesse aspettando qualcuno con la mano tesa. Qualcuno di basso. Un bambino. Il nonno aveva proprio ragione. Il nipote era molto simile a lui. Il ragazzo sorrise e continuò a sorridere mentre richiudeva la foto nell'ultimo cassetto.
Capì che era lui che stava correndo lungo quella strada.

Alice Beretta (Dervio)