Concorsi
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LUNGO QUELLA STRADA
Bisognava vedere!
Ma con gli occhi suoi, quelli di un bambino di dodici anni che, a causa di un sogno mica tanto bello, s'era svegliato prima di tutti. Poiché nel sogno gli scappava la pipì e la mollava nel letto. Prima che il sogno diventasse realtà si alzò e si recò nel bagno. Stava sorgendo l'alba. Non aveva mai visto quell'ora, incerta tra il buio della notte e la luce del giorno.
Colori!
Colori come bambini appena nati!
Mentre finiva di fare pipì, comprese che non poteva perdere il momento.
Si vestì in fretta.
Stette in ascolto un attimo.
Suo padre russava, la mamma invece no.
La mamma non russava mai.
Aprì la porta di casa e, piano piano, uscì. La porta del garage era sempre aperta. Cigolava, cigolò. Il bambino attese un momento. Nessuno però in casa aveva sentito quel rumore. Due passi e fu dentro, davanti ai remi della barchetta, alle canne da pesca di suo padre, al vecchio cappello da… di tela verde abbandonato da tempo…
Nella pungente aria mattutina salì a bordo, non poteva perdere quell'occasione.
L'acqua del lago era immobile.
E chissà perché, poi, quell'acqua, quel lago gli erano sempre stati preclusi, vietati come un giardino segreto che nascondeva misteriosi pericoli…ma in quel momento il mondo dormiva ancora, nessuno l'avrebbe visto, la mamma non l'avrebbe sgridato.
Con un po' di fatica riuscì ad allontanarsi dalla riva, immergendosi in un silenzio totale, privo di vita. Stette un attimo ad annusare l'aria, cercandovi un rumore, un odore, una pulsazione: niente, la natura, lì, aveva arrestato il proprio divenire.
Ma ad un certo punto, l'acqua. Un piccolo movimento, un guizzo.
Un guizzo?
Il bambino guardò attentamente quella strana materia così volubile. E subito un altro, e poi un altro ancora. Tanti, tantissimi pesciolini dipingevano il lago di mille colori diversi. Ondeggiavano, saltellavano, si sfioravano, sembravano dirigersi tutti verso un'unica direzione…li seguì con gli occhi della fantasia fino a scorgere, nell'acqua limpida, l'immagine sfuocata di un bambino.
E la tristezza, tremula nel suo sguardo.
Mormorò qualcosa…ma cosa, non ho capito disse l'altro e intanto si era alzato un vento irreale, e i pesci continuavano a danzare.
Il bambino del lago muoveva le labbra, voleva parlare voleva dire ma, dalla barchetta, lui non sentiva non capiva non capiva e continuava ad avvicinarsi a quel curioso specchio. A sporgersi.
Già poteva sfiorare col naso quella sottile linea trasparente che li divideva, che divideva sogno e realtà…
o forse no forse non più, forse oggetto e riflesso si erano ricongiunti, mescolati, confusi.
E chi realtà ora, chi immagine? Non importava più probabilmente…quello che restava era un sentore di completezza, di unità, un cerchio che si chiude, un gomitolo che si arrotola. E la luce andava scomparendo, i colori si spegnevano, la danza si perdeva nell'oblio, tutto tornava silenzioso e immobile. Dolcezza infinita.
Doveva assolutamente andare dalla mamma, raccontarle tutto, lei avrebbe capito avrebbe capito. Voleva correre ma le gambe non si muovevano, apriva la bocca per chiamarla ma i suoni si scioglievano prima di nascere. Lentamente gli sfuggivano i pensieri, si offuscavano i ricordi, non sapeva, non sapeva più. La mamma? No la mamma no supplicava, non potevano portargliela via… lei, Lei… Ma ormai non gli era rimasta neanche una lacrima.
E quando, altrove, il tempo ricominciò a scorrere il sole si levò alto in quel cielo insensibile e un uomo si svegliò in una mattina come le altre. Un uomo abbandonato anche dalla solitudine, un uomo che era stato padre e marito e che il mondo aveva condannato a morire ogni istante della propria vita, nel ricordo. Un uomo, se era ancora tale, che aveva visto il figlio annegare nel lago e la moglie impazzire di dolore. E morire.
Giulia Matilde Ferrante (Colico)
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